fotofinish

Cose che trovi in un ospedale abbandonato.

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Questa è la prima puntata di “Fotofinish”, la rubrica dove tu mi mostri una foto scattata da te e poi mi spieghi cosa sto guardando.  (vb

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Per qualche mese ho fatto seriamente i conti con il pensiero di aver perso tutte le mie foto di-fino-a-quel-momento. Comprese queste qui. Non sono particolarmente brava, ma è il mio hobby. Anche di tante altre persone, ovvio, ma ci sono poche altre attività che sento altrettanto mie. Per un po’ ho davvero avuto il cuore spezzato.  

Le considerazioni pratico-filosofiche sulla necessità di un “backup del backup” e sull’importanza relativa e/o assoluta di cose intangibili finché non vengono stampate (email e articoli di giornali, biglietti d’aereo, archivi di blog e proprio foto digitali) forse sono buone per un’altra occasione.   

Credo di avere accumulato sui diecimila file, ma quando è successo il disastro mi dispiaceva per un centinaio di quelli, non di più. Questi compresi, anche perché sono ragionevolmente sicura che il posto che ho visitato non esista più. E se non esiste lui, e se di punto in bianco non fossero più esistite le immagini che avevo scattato, allora a pelle direi che è stata tutta una grande allucinazione. No? Un’altra considerazione filosofica (forse).  

Mi piace che la camera bianca dalla quale si recuperano i dati degli hard-disk esterni sia l’opposto speculare della camera oscura dalla quale avanzavano e avanzano ancora verso una loro comprensibilità le stampe fotografiche. Da quel bianco ospedaliero sono tornate queste foto così scure, minacciose. Pericolose.  

Non che lo fosse l’edificio dove scattavo, o almeno non che lo fosse in quel momento: un palazzo abbandonato ha sempre un che di sinistro, ma quel giorno lì era vuotissimo anche di ospiti temporanei e poi non ero sola. 

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Il fatto è che è – anzi, era – un centro di ricerca per i disturbi psicologici nei bambini. L’idea di piccoli in sofferenza che si sommano e si sommano per cinquant’anni e più di dolori e terapie e diagnosi sono una mano di vernice che non si scrosta da nessuna parete, e dopo un po’, semplicemente, non respiravo bene. Anche perché da quando la “fondazione”, come la si chiama per brevità, era stata svuotata, aveva attirato come un magnete altre persone senza speranza: tossici, matti, stranieri e italiani senza casa, disperati temporanei, appunto, solo nel loro passaggio. Non nel loro dolore, che si impastava a quello di generazioni di bambini malati. Un qualcosa di feroce, perché sulle cose lasciate dietro dai piccoli pazienti qualcuno si era accanito: giocattoli smontati o disegni dati alle fiamme, vandalizzati perché nessuno potesse riutilizzarli. C’era questo leone di plastica amputato e lasciato in terra in mezzo a una stanza parzialmente incendiata, con gli occhi chiusi come se stesse soffrendo anche lui, povera bestiolina dimenticata. 

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Ci tengo a sottolineare che, sensazione di oppressione a parte, queste sono foto di un giorno nel quale non avrei potuto stare meglio. Ero fresca di innamoramento, e per di più mentre scattavo sapevo che stavo facendo alcune delle foto più belle della mia a) brevissima e b) poco interessante carriera. Non capita spesso. Poi ho anche riavuto il disco rigido. Tutto bene, insomma.

 

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Delle tante che ci sono, Chiara Papaccio è quella anche giornalista.